***Non contiene spoiler eclatanti, ma meglio leggere il post dopo la visione del film***
Ecco 5 riflessioni sulla genitorialità che ho fatto guardando “Il Robot Selvaggio”.

- Non tutti sono pronti a diventare genitori: a volte ci capita e facciamo del nostro meglio per imparare sul momento, a volte – anche preparandosi – abbiamo bisogno di tempo per capire cosa significhi davvero prendersi cura di qualcuno che dipende da noi.
- Genitore non è solo colui/colei che ti mette al mondo, ma colui/colei che si prende cura di te: potremmo aprire una parentesi infinita sull’adozione e sulla maternità surrogata di cui si parla tanto in questo periodo, ma dirò solo che – e questo film lo trasmette benissimo – che per essere genitore non serve aver dato alla luce una creatura. La cura e l’istinto materno è un percorso che si costruisce insieme.
“Non so cosa sto facendo, ma dovrei, perchè lui dipende da me” – Ros
- La genitorialità è un percorso ad obiettivi? Mangiare, nuotare, volare: questi sono gli obiettivi che si è programmata Ros (mamma robot) per il suo BeccoLustro (l’anatroccolo di cui si prende cura). Appare evidente fin da subito che raggiungere questi obiettivi non è semplice: come si insegna qualcosa che non ci appartiene? Per il bene dell’altro, ce la mettiamo tutta… e quando finalmente si raggiungono i tre obiettivi e sembra che il compito sia concluso… in verità siamo coinvolti ad un livello più alto.
- Si educa e si apprende con l’imitazione: “Il Robot selvaggio” è una pellicola seria, non ci sono tante scene divertenti (non aspettatevi nè shrek nè il gatto con gli stivali); forse l’unico momento in cui si ride è quando si vede BeccoLustro muoversi e parlare in modalità “robotica” proprio come vede fare dalla sua “mamma robot”. Per questo motivo lui è considerato strano e viene bullizzato dai suoi simili. Fortunatamente i movimenti non sono l’unica cosa che apprende dalla mamma, bensì anche la gentilezza e la determinazione.
- La comunità è necessaria, ma la nostra base è essenziale: quando BeccoLustro si rende conto che i suoi simili sono tutti uguali, il suo desiderio è quello di uniformarsi a loro. Sarà solo Collolungo (la guida delle anatre migratorie) ad accorgersi della potenzialità di quell’anatroccolo diverso da tutti, che in natura non avrebbe avuto nessuna chance di sopravvivenza. Anche il suo amico Roz (la volpe) lo invita a non arrendersi e gli da un consiglio significativo: “vola a modo tuo, non a modo loro!”.
Laura Carta




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